Anche Facebook ogni tanto prende l’influencer

Lo Human Writer non scrive d’attualità.
Non è costretto a seguire i fatti e gli avvenimenti principali perché non è un cronista ma uno che scrive di scrittura.
Anche lo Human Writer, però, si accende di entusiasmo ognitanto, e quando accade festeggia con la tastiera!
Già, lo devo ammettere,
lo Human Writer ha pure il vizio di parlare di sé in terza persona, ma è al lavoro per trovare una soluzione al problema!

Il motivo del mio entusiasmo?
Finalmente il tema dei big data e della comunicazione digitale è divenuto mainstream. Nel 2018, finalmente, si parla di big data, di manipolazione dell’informazione e dell’importanza crescente degli esperti di comunicazione in ambito web. come si dice in questi casi, meglio tardi che mai

L’antefatto

Versione Breve

Facebook si è lasciata sfuggire i dati personali di milioni di utenti americani. Una società di “analisi dati” si è fregata queste informazioni per creare campagne mediatiche personalizzate con coi manipolare il voto in America. Tutti i media d’improvviso parlano di privacy online e di come sia triste pensare che la società a capo del più amato servizio di social network gratuito al mondo (Facebook) possa avere a che fare col business della vendita di tutte le informazioni da noi volontariamente rese pubbliche.

Versione semplificata

FB è brutto e cattivo ma a me piace lo stesso. Che dovrei fare di tutte quelle foto dei gatti? Lo userò comunque.

La storia completa

ANNO 2007

C’era una volta una società quotata in borsa con un fatturato grande come e più del PIL della maggior parte dei Paesi non occidentali. L’idea alla base del successo era semplice: regalare a tutti gli abitanti del pianeta terra una cosa chiamata Facebook, uno strumento per socializzare e stringere amicizie online.
In cambio di questo omaggio nessuna tariffa o abbonamento, niente canone o fregature nascoste. Tutto sarebbe stato gratis per sempre e per tutti, con una sola condizione: il materiale pubblicato sul social sarebbe divenuto di proprietà dell’azienda. Una clausola davvero ragionevole visto che nessuno sarebbe stato obbligato o truffato in alcun modo, tutte le trasmissioni di informazioni sarabbero avvenute volontariamente e alla luce del sole.

DIECI ANNI DOPO

Il mondo si sveglia di soprassalto, l’impero di Facebook sembra vacillare. Pare che tramite una delle miriadi di app, test o giochi che girano sul social network un’azienda terza, di proprietà di un consigliere di uno dei due candidati alle elezioni presidenziali USA 2016, sia riuscita a raccogliere dati e informazioni su 50 milioni di americani poco prima del voto con l’intento, neanche tanto velato, di influenzare l’esito delle consultazioni a proprio favore.

Niente è gratis, nemmeno nel mondo digitale

Non voglio entrare nel merito politico della vicenda ma in quello comunicativo: per la prima volta anche il pubblico generalista sente parlare di big data e dei problemi della comunicazione online. Ora non soltanto è chiaro che il possesso di una mole spropositata di dati è un fattore in grado di produrre valore economico (il business di Facebook: accumulo dati e li rivendo a chi mi pare) ma anche che esistono dei documentati tentativi di manipolazione delle coscenze attraverso inquietanti attacchi mediatici” personalizzati.

Lo scopo di questo articolo non è quello di offrire giudizi o commenti politici. Lascio volentieri al campo alla schiera di giornalisti e opinionisti vari che stanno producendo articoli su articoli sul tema. Il mio scopo è quello di stimolare una riflessione sulla natura del mondo digitale.
Internet ha creato uno spazio globale in cui tutti partono da zero quando si tratta di esprimere opinioni o suggerire acquisti; tutti noi entriamo quotidianamente in questo enorme pub virtuale e commentiamo qualcosa lasciando dietro di noi una traccia, senza nemmeno farci tanto caso. Facebook, che è la più grande società di marketing al mondo, trae profitti in miliardi di dollari da queste nostre briciole e noi continuiamo a non farci caso.

Ebbene sì, anche Facebook ogni tanto prende l’influenza. O meglio, l’influencer.

Questa vicenda ha un lato indubbiamente ironico: lo scandalo appena descritto non nasce dal fatto che qualcuno utilizza la nostra vita digitale per scopi commerciali e contrari all’etica ma che qualcuno, di fatto, ha rubato a Facebook i guadagni di questa attività di profilazione e vendita di informazioni.

Per gli umani di solito basta un periodo di riposo sotto le coperte, per una società di questo livello non saprei quale medicina sia più adatta ma sono fiducioso che guarirà in fretta.
D’altra parte, mi pare evidente che la nostra esigenza di postare foto di gatti sia più forte di qualsiasi scandalo.
In bocca al lupo Facebook, guarisci presto. E torna presto a rivendere i nostri dati guadagnando miliardi in prima persona, non farti fregare i soldi da qualche altra azienda.
Mi raccomando, noi crediamo in te.
Vieni qui micio… è ora del selfie quotidiano!